LO SPORT O LA SPORT?

 

spòrt s. m. – Attività intesa a sviluppare le capacità fisiche e insieme psichiche e il complesso degli esercizi e delle manifestazioni, soprattutto agonistiche, in cui si realizza, praticati, nel rispetto di regole codificate da appositi enti, sia per spirito competitivo, differenziandosi così dal gioco in senso proprio, sia, fin dalle origini, per divertimento, senza quindi il carattere di necessità, di obbligo, che è proprio di ogni attività lavorativa.

(fonte: VOCABOLARIO TRECCANI on line)

 

Grammaticalmente parlando la parola “sport” è di genere maschile come sopra indicato e questo fatto ci fa pensare ad una discriminazione di genere già a partire dal termine stesso. Infatti in questo articolo verrà affrontato tale argomento.
Si può iniziare dicendo che da un lato è anche considerata una questione oggettiva in quanto le presenze e il numero delle ragazze che frequentano a livello agonistico lo sport sono solo 7 milioni su quasi 17 750 000 italiani.* È quindi un ambiente molto maschile, prevale la competizione sul risultato e la forza.
È vero che sempre più donne praticano svariate attività motorie, ma rimangono i vecchi stereotipi di genere sin dall’infanzia, dove le bambine devono fare danza ed i bambini giocare a calcio.
Oltre alla danza è presente un altro sport con alta presenza rosa: la pallavolo. La Legavolley* nel 2014 ha registrato circa 280 mila donne contro quasi 88 mila uomini.

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Ci sono, invece, discipline sportive senza le categorie femminili professioniste come ad esempio: il calcio, il golf, la pallacanestro, il pugilato ed il ciclismo.
Le donne svolgono la stessa “fatica”, se non il doppio per avere la metà dei riconoscimenti ma vengono comunque considerate dilettanti, precisando appunto che le atlete guadagnano circa il 30% in meno rispetto agli atleti, se non una cifra ulteriormente inferiore. Succede spesso che si ritirino, vista la scarsa sicurezza economica rispetto al loro futuro una volta terminata la professione sportiva. È così che talvolta sono costrette ad un reinserimento lavorativo (lavoro del tutto diverso) oppure in qualità di tecnici o addirittura alla povertà.

Josefa Idem* afferma: ”A parità di carriera sportiva alla fine quello che conta è la bellezza”.
Le donne sono costrette a sottoscrivere scritture private in cui dichiarano di non rimanere incinta in modo da garantire continuità e forma fisica nelle gare.
In oriente, ad esempio, non hanno gli stessi diritti dell’uomo essendo obbligate a portare il velo e si vieta loro di partecipare alle competizioni sportive.

In conclusione, quindi, dov’è la parità dei sessi?

 

*cifre dichiarate dalla responsabile politiche di genere UISP: Manuela Claysset
*http://www.legavolley.it/
*ex canoista e politica tedesca naturalizzata italiana

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