Le morenti fenici della musica

Punk’s not dead, dicono.

Perché, ci sono persone che credono che la sua essenza sia solo cenere inerme?
Siamo sicuri?
Siamo sicuri che lo Spirito del punk non sia più libero nel mondo?
O, più in generale, che la musica non sia più libera nel mondo?

No, non lo siamo.
Esistono ancora persone che suonano, cantano, e vivono, perché ne sentono il bisogno e hanno qualcosa da comunicare.
Quindi no, il punk non è morto. Il rock è ancora vivo. Il grunge, da qualche parte, anche. Il britpop, probabilmente.
Qual è il problema? Vi chiederete.
Il problema è che le persone che ci credono davvero, siano tante o poche, non le conosce nessuno.
E le poche ad essere davvero famose sono, appunto, poche.

Contestualizziamo velocemente il discorso:
La musica si evolve velocemente, crea mode, le disfa. Da sempre, è stata la voce della società. La musica di “oggi” è il prodotto di anni di evoluzione, e il secolo da poco concluso è stato rivoluzionario, ha prodotto centinaia di generi e sottogeneri diversi.
Non c’è da stupirsi che un secolo vario e pieno di innovazioni come il Novecento abbia comportato uno sviluppo tanto veloce anche nel panorama musicale. Umanamente parlando, cosa c’era? La paura della guerra fredda, la consapevolezza dell’esistenza di armi potenti quanto la bomba atomica, le atrocità delle due Guerre ancora nell’aria e nell’anima, un bisogno giustificato di ritrovare la fiducia in noi stessi
e di rifiutare ciò che (a noi) non appare giusto.
Il punk, il rock, poi l’hardcore, o il blues.
Nella seconda metà del secolo, inoltre, vennero “creati” il basso acustico ed elettrico, per esigenze prettamente musicali. Senza dimenticare le infinite vie percorribili grazie all’allora recente introduzione nella vita di tutti i giorni dell’elettricità: chitarre elettriche, amplificatori, microfoni, eccetera.
Si fecero sempre più sperimentazioni, fino ad iniziare il 2000 con sottogeneri ed ibridi talvolta apparentemente contraddittori come la musica elettroacustica, il pop-punk, pop-rock, death-metal, post-hardcore.
La musica veniva vissuta e sentita.
Gli adolescenti, prima delle sigarette, cercavano walkman e cassette; risparmiavano per i concerti, o rinunciavano a voti eccellenti per trascorrere i pomeriggi a strimpellare nei garage. Era passata la guerra, il mondo si sentiva rinascere. Le donne si stavano emancipando. Tutto questo, però, con i ricordi ancora vividi del sangue rappreso.
Il capitalismo, tra le altre cose, ha introdotto le case discografiche. Gli angeli e le creature sataniche della musica, insomma. Perché, se da un lato hanno permesso un’enorme diffusione musicale, dall’altro hanno avviato il processo di commercializzazione della musica, il che – chi l’avrebbe mai detto – è stato la principale causa della nascita della musica commerciale. Finalizzata unicamente ad essere venduta, e per questo plasmata in base alle esigenze, perlopiù imposte dai mass media, del popolo.

Oggi l’andamento del mercato mondiale sta condannando i piccoli, umili, speranzosi artisti che ambiscono davvero  di poter trasmettere qualcosa ad un pubblico, anche ridotto. Basterebbe paragonare le possibilità musicali attuali in Italia con quelle del 2000 in New Jersey. Adesso, ad esempio, le semplici persone oneste se vogliono intraprendere una carriera di questo tipo sono costrette ad affrontare problemi e superare ostacoli morali che in altri luoghi non sono, o erano, presenti. Questo, oltre a scoraggiare chi spera davvero di poter cambiare qualcosa, nel proprio piccolo, non incoraggia chi non contempla questa opzione di vita.
E all’andamento del mercato mondiale, all’interesse politico di influenzare i mass media (e di conseguenza tutti noi), si aggiungono i climi di terrore lampo: sembriamo ricordarci solo sporadicamente delle disgrazie di questo mondo.
Un controllo della musica serve anche a questo, no?
Qualcuno, in generale, sta provando a prosciugarci del tempo e della vita.
Come fa, quindi, un qualunque musicista a perseverare nel proprio stato di incondizionata speranza?
Lo fa, continua a correre.
Continua a lottare.

E, qualche volta, vince la propria battaglia.

Tuttavia, il 2016 è iniziato come una ventina di sprangate distribuite tra le gambe e il cranio. Molti degli emblemi musicali stanno scomparendo e si spera che oltre a ciò che hanno realizzato in vita abbiano lasciato orme per i futuri grandi uomini.
Questo potrebbe servire come ulteriore spinta ad impegnarci, ergere un nuovo fantastico e amorevole mondo sopra le ceneri dell’ipocrisia bruciata dalla nostra passione per la vita.
Gente, istruitevi! Ascoltate buona musica! Non criticate i gusti degli altri, anzi, scambiatevi libri e CD! Siate tolleranti!
Ma prima di tutto questo, risulta palese il dover attuare una presa di coscienza per selezionare e scartare consapevolmente tutto ciò che ci circonda ed influenza. Accrescere la nostra cultura non servirà solo a evolverci spiritualmente, ma ad aiutare il mondo: capiamo cosa è realmente necessario, e a non attaccarci a vani desideri.

 

Oh vana gloria de l’umane posse!
com’poco verde in su la cima dura,
se non è giunta da l’etati grosse!

Credette Cimabue ne la pittura
tener lo campo, e ora ha Giotto il grido,
si che la fama di colui è scura.

Purgatorio, XI, v.v. 91-96

 

π


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